Taglio dei parlamentari, perché no: intervista al Prof. Antonio Fuccillo

1 mese fa
18 Settembre 2020
di salvatore di rienzo

Taglio dei parlamentari, perché no. Dovremmo puntare ad avere una politica migliore e non con meno rappresentanti. Meno sono i rappresentanti e meno sono le istanze che vengono rappresentate. Almeno questa è la nostra idea.

Ne abbiamo parlato con il Professor Antonio Fuccillo, docente ordinario di Diritto Ecclesiastico ed Interculturale Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi della Campania – Luigi Vanvitelli.

Nell’intervista esclusiva a Herald Italia, il professor Fuccillo ha spiegato i motivi che, a suo avviso, dovrebbero indurre a votare un secco no al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari.

Taglio dei parlamentari, perché no: parla il giurista Antonio Fuccillo

Professor Fuccillo, qual è la sua posizione in merito al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari?
Sono decisamente contrario e quindi voterò no! La Carta costituzionale è fondata su valori e principi non negoziabili che sono sintetizzati in modo armonioso nell’equilibrio tra poteri. La scelta della forma di stato come Repubblica parlamentare assegna un ruolo centrale alle camere, in ossequio ad un’idea di “democrazia rappresentativa” che si voleva promuovere.

Ne deriva il corollario che il numero di parlamentari scelti dai Padri costituenti era ritenuto congruo a garantire un’ampia rappresentatività non solo dei territori ma anche delle idee. Ridurlo senza incidere sulla forma di Stato non ha alcun senso se non quello di tacitare le coscienze critiche che, in un Parlamento ridotto numericamente, sarebbero del tutto irrilevanti.

Il voto di ciascun elettore rischia di contare di meno

Secondo la sua sensibilità costituzionale, per quale motivo i parlamentari non dovrebbero essere tagliati?                                                                                                                        Come appena anticipato il numero dei nostri deputati e senatori non è stabilito in proporzione alla popolazione ma è stato fissato dalla Carta in un numero fisso ritenuto tale da potere garantire a tutti la maggiore rappresentatività possibile.

Se la Repubblica resta “parlamentare” la riduzione del numero complica il perseguimento del disegno costituzionale di porre il Corpo elettorale a primo tra gli organi costituzionali (il voto di ciascun elettore conterà infatti meno).

Si avrebbe di fatto uno spostamento del baricentro istituzionale totalmente sbilanciato a favore del Governo. Sono ovviamente ben cosciente che i disegni di legge di iniziativa parlamentare hanno (oggi purtroppo) vita breve a vantaggio di quelli governativi.

I medesimi hanno tuttavia il grande merito di accendere i riflettori su bisogni della società civile non rientranti tra gli obiettivi della maggioranza. Molte grandi riforme (su temi delicati come la bioetica, le unioni civili e ancor prima il divorzio) sono infatti nate sui banchi delle “minoranze”.

Taglio dei parlamentari, perché no: la storia del risparmio è un argomento falso

Tagliando il numero dei parlamentari, diminuirebbe anche il numero degli stipendi. Non è un risparmio per i cittadini?
La storia dei risparmi è un argomento falso, la democrazia ha dei costi. Si può discutere sull’abolizione di alcuni privilegi ma non va dimenticato che le retribuzioni dei parlamentari servono a renderli indipendenti e a consentire anche a chi ha pochi mezzi di potere ambire al seggio.

Il costo di una democrazia non è spreco di risorse ma investimento e sono convinto che, a conti fatti, il risparmio è davvero irrisorio. Per contenere i costi della politica basterebbe incidere su tutta una serie di istituzioni non necessarie (penso ad esempio ai consigli circoscrizionali o a quelli dei comuni con meno di 20.000 abitanti), che sono una cosa ben diversa dal risparmiare sui costi della Democrazia. A proposito di costi, un referendum costa ma è meglio farlo piuttosto che non farlo.

Svincoliamo i rappresentanti dal controllo gerarchico dei partiti

Professore, ritiene corretto lo spirito di eccessiva politicizzazione di una materia che dovrebbe probabilmente avere un approccio più “costituente”? In altre parole, si può decidere su una materia così importante rendendola oggetto di contesa politica?
È ovviamente un argomento politico oltre che giuridico. Il referendum confermativo è un bellissimo esercizio di democrazia diretta.

Non crede che negli ultimi anni ci si stia preoccupando troppo della quantità dei nostri politici, mettendo da parte il concetto di qualità?
La qualità discende dalle motivazioni che spingono una persona a fare politica. Sarebbe bello prevedere mandati singoli per ogni incarico e che la “sanior pars” del Paese dedicasse una piccola parte della propria esistenza al bene comune, senza poi dovere rincorrere altri incarichi per sopravvivere oppure (peggio) il compiacimento di qualche leader politico.

Vogliamo davvero migliorare la qualità dei nostri rappresentanti? Svincoliamoli dal controllo gerarchico dei partiti! La riduzione del numero dei parlamentari, paradossalmente, riduce le possibilità di accesso ai seggi di personaggi autonomi ed indipendenti lasciando la scelta dei rappresentanti del popolo di fatto ai soli partiti politici più forti.

La necessità di una nuova stagione costituente

A prescindere da questo referendum, ritiene siano maturi i tempi di una nuova stagione
costituente che possa aggiornare alla contemporaneità quei lati probabilmente superati del nostro assetto costituzionale?
Una nuova stagione costituente sarebbe auspicabile. Aggiornare la Carta sarebbe stupendo ma, attenzione, toccarla in pochi e non coordinati punti ne mina il corretto funzionamento rischiando di distruggerla.

Respingere il quesito referendario votando NO aiuterebbe in modo significativo un reale ed armonioso processo di modifica della nostra Costituzione, costringendo la politica a una profonda riflessione sui bisogni reali dei cittadini senza inseguire slogan elettorali o provvedimenti demagogici. D’altra parte, per dirla con Roberto Benigni, la nostra Carta costituzionale resta pur sempre “la più bella del mondo”.

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