Matrimonio, meglio la separazione o la comunione dei beni? Ecco alcuni consigli

2 anni fa
29 Novembre 2018
di francesca andreoli

Il matrimonio implica delle scelte che non sempre hanno a che fare con sentimentalismi del momento. Tra queste scelte, com’è noto, vi è quella del regime patrimoniale dei beni.

Cosa scelgono di più gli italiani. Questo particolare tipo di gestione del patrimonio dei coniugi è frutto della riforma del diritto di famiglia risalente al 1975, quando era ancora frequente che la coppia fosse formata da un solo lavoratore.

La comunione dei beni, come funziona? Il legislatore ha previsto che essa scatti automaticamente, senza bisogno di apposite dichiarazioni o atti, a differenza della separazione dove è necessario farne dichiarazione espressa, la quale avviene al termine della celebrazione del matrimonio.
Quali vantaggi per la comunione dei beni? Nonostante oggi vi sia un numero sempre maggiore di giuristi e sociologi che rinnegano l’utilità di una scelta in questo senso, una gestione comune del patrimonio può riservare vantaggi e profili di utilità.
Quando marito e moglie scelgono la comunione dei beni, i beni acquistati durante il matrimonio, a prescindere da chi materialmente abbia pagato, sono di proprietà di entrambi i coniugi al 50% e non è possibile dimostrare il contrario.
Condividere i beni significa sposare a pieno i principi cristiani alla base della famiglia, come la cooperazione e l’assistenza reciproca, con il vantaggio che ciò avviene in automatico, senza particolari formalismi. Si tratta di un sistema, quindi, in cui l’uno si rimette nelle mani dell’altro.
E il possesso? possedere in comunione non significa possedere a metà, ma per intero insieme: ciò significa che per disporre dei beni in comune occorre il consenso di entrambi e i frutti appartengono per intero a entrambi.
Quali beni non rientrano in regime di comunione. Non entrano nel regime di comunione i beni di cui il coniuge era proprietario prima del matrimonio, né quelli di cui si diventa proprietari a seguito di una donazione o di una eredità, anche dopo il matrimonio. I beni acquistati con il denaro derivante dalla vendita o dallo scambio dei beni appena elencati, inoltre, restano esclusi dalla comunione purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto.
Restano esclusi anche i beni di uso strettamente personale e quelli relativi all’ esercizio della professione del coniuge.
Lo scioglimento della comunione. La comunione dei beni si scioglie per volontà dei coniugi di cambiare regime patrimoniale, oppure in caso di separazione dei coniugi. In caso di modifica degli accordi è necessario l’intervento del notaio, il quale, alla presenza di due testimoni, redigerà una nuova convenzione, che andrà annotata a margine dell’atto di matrimonio.
Per chi è consigliabile? La comunione è consigliabile per le coppie formate da un coniuge che non ha un reddito o mezzi propri, ma contribuisce col proprio apporto al menage, per lo più con incarichi di tipo domestico. Sotto questo aspetto, la comunione è probabilmente il regime che meglio riconosce il lavoro casalingo.
Si confà anche per quelle coppie dove, a fronte dell’esercizio di una azienda da parte di un coniuge, l’altro è solito aiutarlo, pur senza svolgere lavoro dipendente.

Quest’ultimo non è un aspetto da sottovalutare, soprattutto se si considera che le piccole imprese familiari hanno un ruolo centrale nell’ economia italiana, rappresentando il 75% totale delle imprese (dati AIdAF, Associazione Italiana delle Aziende Familiari, rapporto del 2017).

I vantaggi per il coniuge debole. Appare semplice collegare l’istituto della comunione dei beni alla tutela del coniuge debole, che, ad oggi, nonostante un tasso sempre più elevato di occupazione femminile (circa il 48%), coincide con la donna.